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Passato, presente e futuro dei boschi

di Vito Consoli

Gazzetta ambiente - numero 5 - anno 2018

Parlare di boschi di questi tempi, soprattutto in termini evocativi e quasi poetici come fa Vito Consoli in questo articolo curato da Roberto Sinibaldi, continua ad essere molto importante, considerando il flusso delle informazioni che ci piovono addosso ogni giorno. Basti pensare agli incendi della foresta amazzonica, fotografati dagli astronauti in orbita intorno alla Terra, con Bolsonaro che dichiara che sono stati appiccati dalle Ong (?). Basti pensare al land grabbing che stravolge l'Africa, oppure ai ghiacciai che si sciolgono. Sono anelli della stessa catena. Per fortuna a spezzarla, questa catena, ci stanno pensando i ragazzi. Quelli di un Movimento, nuovo e sconosciuto, che senza bandiere e molta allegria si è impossessato di questi temi. In tutto il mondo, senza stare a considerare le filippiche paternalistiche degli adulti, che nonostante fino ad ora abbiano fallito, ancora pensano di elargire consigli.
I boschi, gli alberi, la natura ci sono indispensabili. Ci forniscono l'acqua e l'aria che respiriamo, più molto altro, analizzato più volte anche sulle pagine di questa rivista. Sono i servizi ecosistemici, che in prevalenza continuiamo a voler gestire senza costi economici! Ma il loro grandissimo valore sostanziale significa qualcosa? Da sempre tutti hanno fatto finta di no, dando per scontato che uno sviluppo infinito potesse, non si sa come, attestarsi su un pianeta con risorse finite. Ovviamente a questo punto lo sanno anche i sassi che non è così. Anche se c'è chi persevera nel negazionismo, supportato da un manipolo di scienziati riduzionisti, che esaltano qualche successo strumentale della tecnologia, disattenti a quello che sta succedendo nel contesto generale della natura vivente. Le conseguenze del riscaldamento globale ormai passano nei telegiornali della sera, con i ghiacciai che si ritirano.
Che altro occorre per decidere di cambiare strategie?
Il nostro orizzonte strategico è il 2050. La riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti segna questa tappa. Dopo ci dovrebbe essere la transizione totale dal fossile, che – detto per inciso – continuiamo a finanziare più delle fonti rinnovabili (non sarà forse anche per questo che la transizione arranca?). Ma se i ghiacciai non forniranno più la stessa acqua alla pianura Padana, per fare un esempio che ci riguarda, poi che succede? Qualcuno sta prendendo le misure con una situazione che al momento appare inimmaginabile? L'agricoltura dell'Italia settentrionale potrà continuare ad essere la stessa?
In molti giornali e servizi televisivi si continua ostentatamente a parlare della "salvezza del nostro Pianeta", certo, la distruzione di alcuni ambienti naturali ne sta cambiando gli equilibri, ma in bilico sono soprattutto quelli che regolano la nostra sopravvivenza. Dalla prospettiva dei cinque miliardi di anni della Terra, l'uomo potrebbe apparire come un incidente di percorso, senza il quale il mondo continuerebbe ad esistere. Quindi il problema non è la salvezza del Pianeta, ma di come noi potremo stare al mondo.
Le domande che ci pongono i giovani nelle piazze richiederebbero azioni radicali, profonde e immediate, che riguardano necessità, benessere, modello economico, stili di vita… Poi investimenti pubblici per migliorare il territorio, il paesaggio, il patrimonio naturale, rendere sostenibile la mobilità (ferroviaria, collettiva, ciclabile, pedonale) e l'energia, che deve essere da fonti rinnovabili, tutelare i servizi ecosistemici che reggono le nostre esistenze. Poi strumenti fiscali e incentivi per ridurre l'impronta ecologica dei consumi necessari. È indispensabile quindi riqualificare in senso ecologico l'offerta educativa e formativa ben sapendo che la cultura è il principale antidoto all'idea che solo i beni materiali ci possano rendere felici. Infine serve la partecipazione – innanzitutto per tutelare e gestire i beni comuni – e una conflittualità generativa che sappia fare un salto di prospettiva, immaginare un altro mondo, creativo, possibilista e inclusivo. Perché in ballo c'è la nostra cittadinanza planetaria, la sopravvivenza della specie umana e un Pianeta al collasso, che comunque riuscirà a vivere anche senza di noi.
Il Movimento che abbiamo davanti ci offre un'occasione: il suo linguaggio è un virus capace di sovvertire l'ordine del discorso e contagiare, diffondendosi velocemente nei flussi delle reti sociali e dei massmedia. Esiste un altro processo evolutivo oltre quello genetico, quello memetico. Se il gene è un'unità di informazione biologica che viene trasmessa per via genetica (appunto), così il meme è un'unità di informazione culturale che si autoreplica nella trasmissione del linguaggio e dei comportamenti. È una condizione che esiste da sempre, ha scandito l'evoluzione, sollecitandone gli orientamenti, le scelte, le migrazioni, i conflitti, le religioni, le superstizioni, le ideologie, gli immaginari, la comunicazione, la poesia, i miti…
Quando i ragazzi manifestano, raccolgono cicche e cartacce al loro passaggio. È l'esempio di un meme di formidabile forza, che acquisisce una clamorosa velocità nel web, che – siamo certi – già contribuisce a spegnere i roghi in Brasile e a salvare gli alberi che ci fanno respirare.