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Oltre l'Antropocene: Il net-attivismo e le ecologie trans organiche di Gaia

di Massimo Di Felice

Gazzetta ambiente - numero 3 - anno 2016

L'antropocene, il neologismo (coniato dal chimico Paul J. Crutzen, premio Nobel nel 1995 per aver svelato i segreti del buco dell'ozono), indica l'era in cui l'Homo sapiens rappresenta il singolo fattore che incide di più sul cambiamento del clima e della superficie terrestre. Indubbiamente è così e nell'articolo di Massimo Di Felice, curato da Roberto Sinibaldi, se ne discute in profondità.
Sembrano innocue speculazioni filosofiche? Non proprio. Se fino a ieri le previsioni sui problemi ambientali sembravano allarmanti, quelle attuali sono diventate agghiaccianti. La temperatura del pianeta si è alzata e, senza alcun allarmismo catastrofista, questo è un problema molto serio, denso di implicazioni pesantissime a livello globale.
Per limitare gli impatti bisogna cambiare modello di sviluppo (ma il nuovo presidente americano vuole tornare al carbone). E ci vorrà qualcuno che abbia il coraggio di dire a europei e soprattutto americani che devono ridurre i loro consumi di almeno la metà. Poi ci vorrà qualcun altro che dica a indiani e cinesi che i loro consumi individuali non potranno arrivare neanche alla metà di quelli occidentali attuali.
Un modello di crescita insostenibile è forse il più grande problema che l'umanità abbia mai avuto. Per attenuare le contraddizioni bisognerebbe cominciare dalla stabilizzazione ed equa ridistribuzione delle risorse. Come si vede una svolta antropologica prima che economica.
A dettare l'agenda del mondo non si vede nessuno con l'autorevolezza necessaria. Sì, certo: in molte casi la coscienza ecologica di intere fasce di popolazioni più coscienti, avvertite e preparate ha il suo peso, anche la Chiesa e molte religioni sono portatrici di una precettistica morale che coincide quasi sempre con il diritto naturale. Altre agenzie valoriali si fanno spazio nella rete, proponendo come faro i diritti naturali della terra, basati su un substrato antropologico che è il "senso comune" sulla natura.
Nella rete relazionale a estensione planetaria, succede poi che si va ad incidere sui luoghi singoli dell'abitare. Il risvolto "local" delle proprie convinzioni ed eventuali conseguenti azioni, oggi offre a chiunque la possibilità di smanettare su dei blog urbani, o comunque dei luoghi-contenitori di partecipazione democratica delle collettività, per la progettazione e la definizione collaborativa delle strategie da adottare per migliorare le condizioni del vivere sui territori. Luoghi che possono considerarsi nella loro essenza, fatta di fisiche stratificazioni storiche e sovrastrutture digitali che ci gravano sopra, che possono catalizzare una partecipazione diffusa, estesa. Le nostre città, le nostre campagne, le nostre periferie diventano così tutte dei rioni digitali. In molti casi ci siamo calati dentro paesaggi biodigitali, attraversati da flussi di persone e di rappresentazioni mediatiche.
Quasi senza accorgercene siamo finiti dentro un tecnoterritorio. Uno spazio condiviso, caratterizzato dai suoi codici, usi, sensibilità, abitudini, sedimentati da poco perché appena creati e poi da un linguaggio necessariamente comune.
Si è creata così una nuova cartografia sociale nella quale, con tutte le estremizzazioni, i litigi e le forzature del caso, ci si confronta e si scambiano idee, informazioni, pareri, servizi. Una piattaforma fatta di punti di aggregazione fondati sulla circolazione delle opinioni. Uno spazio collettivo nel quale la nostra società ha profondamente mutato le sue categorie spaziali e sta passando dalle divisioni alle condivisioni, dai luoghi tradizionali – delimitati e confinati – agli iperluoghi immateriali che ridisegnano le mappe del presente.
Il rischio, neanche troppo larvato, è quello di considerare digitalizzabile qualsiasi luogo, qualsiasi cosa. Una volta che il net-attivismo avrà colonizzato tutto il cielo e tutta la terra, cosa resterà da indagare del mondo? Forse il mondo stesso: mari, montagne, foreste, animali e umani in carne e ossa.