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Lago di Bracciano

Crisi idrica di alcuni laghi nella Regione Lazio

GAZZETTA ambiente pubblica un monografico sulla crisi idrica nella Regione Lazio dello scorso anno.

Il 2017 infatti verrà ricordato come annus horribilis per la drammatica siccità che ha interessato tutta l’Italia, in particolare le regioni centrali e settentrionali, con un fortissimo deficit di precipitazioni verificatosi in tutto l’arco dell’anno; dinamica, questa, che si inserisce appieno in quel processo acclarato dalla comunità scientifica come global warming. Un dato su tutti: l’apporto meteorico sulla costa medio tirrenica è stato di circa 200 mm per l’intero corso del 2017, valori che si pongono nella media di un paese del Maghreb come la Tunisia e che, per esempio, stanno concorrendo a mutamenti ecosistemici nelle zone umide litoranee e interne. L’aumento delle presenze di fenicottero rosa negli stagni di Orbetello, Burano, Saline di Tarquinia, pur rivestendo interesse e suggestione è anche sintomo di processi di salinizzazione dei corpi idrici, determinato dall’abbassamento dei livelli delle acque, con ciò che ne consegue.

I fiumi, i laghi ma anche gli acquiferi del Lazio hanno tutti risentito pesantemente della siccità del 2017: il caso del lago di Bracciano è stato uno dei più drammatici dal punto di vista idrometrico e anche dei più eclatanti sul piano mediatico, quando d’estate “piovevano” in televisione e sui social foto e video delle spiagge del lago molto più estese del solito e senza turisti.

In seno alle strutture amministrative della Regione Lazio, la Direzione Capitale naturale, Parchi e Aree Protette si era interessata alla crisi idrica del lago già a febbraio del 2017, allarmata dall’evidenze del deficit idrico che iniziava a manifestarsi, non solo nell’area sabatina, ove ricade il lago di Bracciano, ma anche nell’ambito di altri acquiferi di notevole portata, come quelli della dorsale carbonatica appenninica, con drammatiche riduzioni degli apporti meteorici, della portata dei corsi d’acqua superficiali e della conseguente ricarica degli acquiferi. Nei mesi primaverili la situazione critica dei livelli dei bacini lacustri diveniva ben evidente e metteva chiaramente in luce il problema del mancato apporto di precipitazioni avvenuto nei mesi precedenti, esacerbato da scelte sull’uso della risorsa idrica e del territorio sempre meno sostenibili, in particolare del lago di Bracciano.

Il protrarsi della scarsità di precipitazioni in estate e in buona parte dell’autunno ha determinato l’attuale (gennaio 2018) livello di – 200 cm rispetto alla quota di 163 m s.l.m. nota dalle batimetriche, un livello certamente inedito nell’ambito della storia recente del bacino, un processo che nella storia più lontana si è più volte manifestato ma, con tutta probabilità, quasi sempre in modo più graduale e meno repentino. 

Un abbassamento di circa due metri in un corpo idrico profondo 165 metri potrebbe apparire una cosa di poco conto; tuttavia la regressione della linea di riva provoca profonde alterazioni agli ecosistemi che occupano la fascia ripariale e i primi metri di profondità del corpo idrico: in un lago “in salute”, questa è la zona più ricca di biodiversità tra fondale, colonna d’acqua e superficie, molto più del corpo definito da batimetrie profonde, dove la scarsità di luce e vari fattori fisici e chimici diventano limitanti per molte specie.

Il lavoro che qui presentiamo, curato da Diego Mantero e Roberto Sinibaldi, non è – né pretende di esserlo – un saggio di carattere scientifico che presenti dati inediti sugli aspetti idrologici e sugli ecosistemi del lago di Bracciano, Nemi e Albano; si inquadra, invece, nell’ambito dell’azione tecnico-amministrativa che la pubblica amministrazione deve sostenere partendo (in particolare per Bracciano) dall’ascolto delle istanze territoriali (Comuni, Ente Parco Bracciano-Martignano, stakeholder, portatori di interessi diffusi, cittadinanza), dagli allarmi della comunità scientifica, dalla necessità e dall’obbligo normativo di preservare gli ecosistemi, in primis, quelli tutelati dalla rete europea Natura 2000, che trovano piena espressione nel lago di Bracciano, proprio in quelle porzioni “tra acqua e terra” definite da zone semisommerse e basse profondità.

Questi input hanno spinto la Direzione Capitale Naturale, Parchi e Aree Protette a interrogarsi sui potenziali impatti a medio e a lungo termine del deficit idrico del 2017 sugli ecosistemi lacustri, in particolare sulle specie e gli habitat tutelati da Natura 2000 e su altre specie d’interesse conservazionistico a scala regionale e nazionale. La raccolta di relazioni tecniche qui presentata è la risposta a tale domanda e rientra nel procedimento amministrativo attivato dalle istanze sopra citate e dagli obblighi di legge: la tutela della biodiversità e della geodiversità, l’attuazione delle direttive Habitat e Uccelli e la governance delle aree protette rientrano nelle competenze istituzionali della direzione regionale.

Come accennato in precedenza, una particolare attenzione è stata riservata ai siti della rete Natura 2000 che coincidono, in tutto o in parte, con il lago di Bracciano: la Zona di Protezione Speciale IT6030085 “Comprensorio Bracciano – Martignano” e la Zona Speciale di Conservazione (ZSC) IT6030010 “Lago di Bracciano”, istituiti rispettivamente ai sensi delle Direttive 2009/147/CE “Uccelli” e 92/43/CEE “Habitat”. La tutela delle specie e degli habitat d’interesse comunitario e il mantenimento della coerenza della rete Natura 2000 sono in capo alle regioni e alle province autonome ai sensi dell’art. 4 del D.P.R. 357/1997 relativo all’attuazione di tale Direttiva; la Regione Lazio, con D.G.R. 159/2016, ha adottato le “misure per evitare il degrado degli habitat naturali e degli habitat di specie, nonché la perturbazione delle specie per cui le ZSC sono state designate […]”. La tutela degli elementi della ZSC e della ZPS e, in generale, della Rete Natura 2000 è dunque un obbligo di legge. Proprio in ottemperanza al mandato istituzionale, la Direzione Capitale naturale, parchi e aree protette ha prodotto nel 2017 anche varie informative sulla crisi idrica e sulle ricadute potenziali sull’ambiente in risposta a istanze di vario tipo, tra cui un question time al Ministro dell’Ambiente, interrogazioni parlamentari, del Consiglio Regionale e della Prefettura. 

L’azione conoscitiva e informativa della Direzione si è tradotta concretamente, a livello precauzionale, nella sospensione del prelievo della risorsa idrica da parte del gestore ACEA ATO 2, su ordinanza del Presidente della Regione; si è anche concretizzata nel sostegno finanziario all’Ente Parco Bracciano - Martignano per monitorare a breve e medio termine lo stato degli ecosistemi e per realizzare azioni di salvaguardia di specie di interesse conservazionistico.

Un ulteriore contributo di carattere scientifico - tecnico è quello presentato da Franco Medici, del Dipartimento di Ingegneria Chimica Materiali Ambiente, “Sapienza” Università di Roma. Si affronta nello specifico il bilancio idraulico dei tre laghi della provincia di Roma (Albano, Bracciano e Nemi), applicando i metodi tradizionali del bilancio di massa in condizioni di stato stazionario. Si sono, inoltre, utilizzate le equazioni disponibili in letteratura e i dati meteorologici messi a disposizione dalla Regione Lazio nel periodo compreso tra il 1997 ed il 2017 (valori medi mensili di temperatura e precipitazione).

I risultati delle elaborazioni numeriche hanno messo in evidenza che l’abbassamento del livello idrometrico di riferimento dei tre laghi è dovuto a più cause e fenomeni diversi: per il lago Albano e di Nemi ad un abbassamento dei livelli della falda di ricarica, per il lago di Bracciano soprattutto agli esasperati prelievi su scala decennale dallo specchio lacustre ai fini dell’approvvigionamento dell’ambito ATO 2. Si presenta, infine, anche il bilancio delle acque nella Provincia di Roma e si evidenzia la dispersione d’acqua della rete idrica di adduzione gestita da Acea Ato 2. Di particolare interesse l’appello di Medici circa la necessità di organizzare un sistema organico di lettura interrelata tra problemi inerenti l’abbassamento dei livelli idrici e la qualità stessa delle acque, un sistema di cui necessariamente l’amministrazione regionale dovrà farsi carico e che dovrà coinvolgere, per le loro competenze, più attori a vario titolo. Appare chiaro che per affrontare quello che ormai non sembra essere relegabile all’eccezionalità, ma purtroppo inquadrabile nell’ambito di un trend consolidato – come risulta evidente anche dalle medie delle temperature dell’inverno in corso e dal perdurare del limitato apporto meteorico – dovrà essere messo in atto un ripensamento “culturale” sull’uso della risorsa idrica. Dalle azioni del singolo verso un bene primario, con un’attenzione rinnovata tesa al risparmio, supportati da programmi strutturati in vere e proprie campagne informative e didattiche, fino al ridisegno di tutte quelle azioni impattanti sul territorio. Quindi in ultima analisi al ripensamento della pianificazione urbanistica a diverse scale, all’agire localmente, a livello di sistema di bacino e oltre, per arrivare a comprendere il beneficiario finale, nel caso di Bracciano, l’intero ATO 2. Sembra del tutto assodato che non è più sostenibile un modello di confronto con il territorio – inteso nella sua accezione primaria – dove si continuano a proporre vecchi schemi di cementificazione e impermeabilizzazione dei suoli, di uso agricolo e industriale senza l’adozione di tecniche di contenimento e risparmio, di ingegnerie idrauliche alla cui base non ci sia l’equazione: minor apporto/sostenibilità/recupero. Non marginale, anche come sottolinea Medici, l’intervento prioritario e non più rinviabile di un grande piano nazionale di riqualificazione funzionale delle reti, le cui perdite come è noto assommano ad oltre il 40% dell’intera risorsa addotta. 

Una vera rivoluzione culturale, con tutti i suoi risvolti operativi, che si impone e che non può non prescindere da un ripensamento totale circa un uso consapevole della risorsa acqua. Dibattito da anteporre necessariamente al concetto di resilienza alla dinamica in atto. La resilienza infatti non può e non deve costituire l’alibi per la passività della risposta da metter in atto; un’azione invece fattiva nella piena considerazione del ruolo insostituibile della risorsa idrica, che, senza cadere nella retorica, costituisce l’elemento alla base del rapporto con le generazioni future e il garante della sopravvivenza degli ecosistemi, pur nel loro mutare.