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La partecipazione come strategia di sviluppo

In generale, quando la partecipazione viene meno, la democrazia corre gravi rischi. Quindi la “partecipazione come strategia di sviluppo locale” genera anche un correlato miglioramento delle relazioni democratiche di una comunità. In sostanza un miglioramento della qualità del vivere.

Ma la politica, quella più retriva e autocentrata, è quasi sempre autoritaria. Una saccenteria che deriva dall’incultura, le due cose – si sa – vanno di pari passo. Spesso la partecipazione non è considerata la grande opportunità che è. Al contrario è vista come una necessità, in qualche caso come un obbligo di legge, è considerata un fastidioso inceppo ai processi decisionali. Il trionfo dell’astensionismo, non strettamente in senso elettorale, ma in molte altre occasioni pubbliche, è generato e spesso produce analfabeti politici, e su queste basi risulta piuttosto arduo fondare i processi partecipativi di cui la nostra società ha invece immenso bisogno. 

Ma per fare questo è necessario avere le idee molto chiare e la giusta esperienza per affrontare il mare aperto delle diversità di opinioni. Ci sono esempi positivi? Sì, moltissimi. Processi virtuosi nei quali i cittadini vengono messi al centro delle decisioni. 

Al contempo è sempre più difficile trovare cittadini che sappiano dare senso a parole come partecipazione, responsabilità sociale, cooperazione, condivisione, creatività, innovazione, sperimentazione. Né può bastarci che cresca la partecipazione alle reti sociali, visto che quasi mai si traduce in una militanza attiva, né nella politica, ne nell’associazionismo, né in forme più generiche di cittadinanza. Il vero nodo, quindi, è l’allargamento del baratro tra cittadini e democrazia. Il superamento di quella linea invisibile che demarca l’appartenenza effettiva e praticata a una comunità. Uno scoglio non da poco e che negli ultimi decenni ha eroso sempre di più il senso di appartenenza. Con intere fasce della nostra società che non trovano riferimenti saldi nella scuola, o nel prototipo comportamentale di certa televisione.

Nelle società occidentali più avanzate i progetti importanti, prima di essere varati, passano il vaglio delle valutazioni di impatto (su territorio, società, ambiente). Si mette mano ai progetti solo una volta che siano state condivise e superate le difficoltà. La partecipazione, se vera e organizzata in forma paritetica tra i soggetti coinvolti, produce condivisione, difesa collettiva del progetto, superamento delle diffidenze, risparmio finanziario e miglioramento delle prerogative degli interventi, perché preanalizzati da diversi punti di vista. Tutto questo rafforza il senso di comunità e la civitas, l’orgoglio di essere parte attiva di una collettività. La linea da seguire sarebbe ovvia, i modi sono molto ben definiti e Franceschini e Marletto nel loro contributo (nel numero in uscita) in cui presentano i risultati del progetto “UnissOlbia2020”, un processo partecipativo focalizzato sull’identificazione di visioni ed azioni per lo sviluppo della sede di Olbia del DiSEA (Dipartimento di Scienze Economiche ed Aziendali) dell’Università di Sassari, ce li descrivono in maniera accurata. Ne risulta un quadro esaustivo e convincente di una applicazione che ha il carattere della replicabilità. Un processo che ha la validazione della realtà. Una metodica che non trascura di riportare elementi critici e azioni da migliorare, ma di cui alla fine risultano chiari non solo la bontà applicativa, ma anche i vantaggi sociali e implicitamente anche quelli economici. Perché un processo condiviso funziona meglio e viene realizzato, senza ostacoli, più velocemente.