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Foto di Adriano Savoretti

La fauna ofidiologica italiana

di Susanna Tomei

I serpenti, animali totemici fin dalla notte dei tempi, simboli ambivalenti del ‘bene’ o del ‘male’, di vita, immortalità o morte, sono a tutt’oggi tra gli animali più temuti e oggetto di numerosi pregiudizi ed erronee conoscenze. In un recente sondaggio, lanciato dall’agenzia giornalistica Ansa, mirato a stilare una classifica delle fobie più comuni degli italiani, l’ofidiofobia, cioè l’atavica paura dell’uomo per i serpenti si è posizionata al secondo posto, confermando, quanto emerso in analoghi sondaggi in altri Paesi del mondo. Sempre su questo tema, è curioso scoprire che sono più di 5.000, il numero dei risultati ottenuto digitando ‘lancio di vipere da elicottero’ sul motore di ricerca google: si tratta di una delle leggende metropolitane più radicate e diffuse (secondo la quale in moltissime zone rurali sono stati avvistati elicotteri o piccoli aerei che lanciavano appositamente vipere con lo scopo di diffonderle sul territorio), tanto che anche il noto Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (CICAP) vi ha dedicato attenzione e una pagina sul suo sito web. Sono tante altre poi le storie incredibili, i miti e le leggende sui serpenti o, meglio ancora, sulle vipere. Il bisogno, dunque, di una corretta divulgazione scientifica abbinata all’esigenza di conoscere alcuni aspetti legati al rapporto Uomo/Serpente in Italia, è uno dei principali motivi per il quale si è voluto dedicare un intero numero a questi animali. 

Il volume, curato da Ernesto Filippi che ha coinvolto altri ventitre esperti, offre pertanto una panoramica su vari argomenti che interessano questi rettili, utile sia per gli addetti ai lavori nell’ambito della zoologia sia per tutti coloro i quali si occupano di tutela della biodiversità a vario titolo. Una descrizione a volo d’uccello dei temi trattati dalla monografia, delinea idealmente un percorso che decolla dalla descrizione generale dei serpenti italiani, sorvola quelli connessi alla conservazione e alla salvaguardia, continua illustrando alcuni aspetti del rapporto Uomo/Serpente, fino a giungere alla descrizione d’insieme di alcune delle specie di serpenti più comuni e diffuse e si conclude su due specie di serpenti un po’ ‘particolari’ della fauna italiana. 

Scorrendo più in dettaglio le pagine di questo numero, si osserva che i due articoli di apertura del numero offrono l’uno una panoramica completa sull’ofidiofauna italiana, tratteggiando in termini generali il numero di specie totali – sorprendentemente incrementato dalla scoperta di due nuove specie nel corso dell’ultimo anno – la loro distribuzione ed ecologia, la reale pericolosità e un breve excursus sulle ricerche scientifiche in Italia, mentre l’altro descrive le varie minacce che gravano su questi vertebrati ectotermi, per lo più imputabili all’uomo e alle sue attività, con effetti sia sulle singole specie che sulle comunità di serpenti. A latere di questo articolo si legge, in una scheda, come le comunità di serpenti possano essere associate ad ambienti in buono stato di conservazione e per questo costituire un indicatore della qualità di questi ambienti. I successivi tre articoli sono dedicati a dare un primo inquadramento sulle norme che tutelano le specie e ne regolano il commercio (CITES). È questo un aspetto di estremo interesse sotto molti punti di vista, per esempio economico, conservazionistico e di costume, dal momento che l’Italia, di fatto, è uno dei principali Paesi nell’import di prodotti grezzi, quali le pelli di rettile (tra cui i serpenti) e nell’export di prodotti finiti manufatti e capi di abbigliamento in pelle lavorata. Inoltre, nel nostro Paese negli ultimi anni si è assistito ad un notevole incremento dei rettili (tra cui molti serpenti), quali originali pet, accanto ai tradizionali animali da compagnia, in primis cani e gatti.

Rappresentativi dei rapporti tra Uomo e Serpente sono i contributi che occupano la parte centrale del volume. Il primo introduce una nuova e assai suggestiva ipotesi, che analizza come l’atavica paura dei serpenti possa avere avuto un ruolo tra i vari fattori dell’evoluzione umana e tratteggia la funzione del serpente quale simbolo in varie tradizioni e periodi. Il secondo è un’intervista che sviscera da diversi punti di vista (tradizione, scienza della conservazione e antropologia) il secolare rito di S. Domenico a Cocullo (AQ). Arroccato su un poggio calcareo con una popolazione di circa 300 abitanti, Cocullo è un piccolo paese, circondato da Parchi nazionali (P.N. della Majella e P.N. d’Abruzzo, Lazio e Molise) e regionali (R.N. Gole del Sagittario e P.N.R. Sirente-Velino). Cocullo è famoso in tutto il mondo per il peculiare rito ofidico legato alla figura di San Domenico. Le radici del culto sembrano risalire a 2.000 anni fa, quando nella terra del Fucino vivevano i Marsi, un’antica popolazione italica. Ai Marsi, maneggiatori di serpi velenose, conoscitori di erbe, di formule magiche ed incantesimi, veniva associata la capacità di guarire gli umani dai veleni degli ofidi e i cani dalla rabbia. Nel corso del XVI secolo è poi subentrata la figura di San Domenico abate che fra il X e XI secolo, camminando dall’Umbria all’Abruzzo, avrebbe, con una serie di miracoli, liberato la popolazione locale dai serpenti velenosi. Attualmente il valore riconosciuto del rito di San Domenico risiede nel binomio imprescindibile di tradizione e cultura popolare, che prosegue ininterrotta da moltissimo tempo, e tutela dei serpenti, dal momento che il Comune di Cocullo e alcuni partner locali hanno avviato da diversi anni anno un progetto a tutela dei serpenti dell’area della Valle Peligna, parte dei quali sono annualmente raccolti dagli abitanti del paese per celebrare il secolare rito di San Domenico. Tra l’altro su questi due pilastri si fonda il percorso intrapreso volto al riconoscimento da parte dell’UNESCO del rito di San Domenico quale bene immateriale dell’umanità. A completare questo numero di GAZZETTA ambiente vi sono, infine, una serie di articoli più specificatamente dedicati alle specie, con una descrizione di quelle tra le più comuni e diffuse in Italia, una illustrazione delle specie di ambito montano e una descrizione di due specie che presentano alcune particolarità, in primo luogo legate alla loro distribuzione in Italia alquanto localizzata.

Il corredo fotografico della monografia è stato volutamente copioso e vuole rendere con immagini, spesso assai belle, tutta la ricchezza delle specie presenti in Italia contribuendo in questo modo a diffondere un’immagine corretta e migliore di questi animali.